

3. La corte di Versailles.

Da: G. Duby-R. Mandrou, Storia della civilt francese, Mondadori,
Milano, 1980.

Accentrando la vita politica, diplomatica e culturale della
Francia nella sfarzosa corte di Versailles, Luigi quattordicesimo
riusc in una sola volta a liberarsi dell'insidiosa vicinanza
della plebe parigina e a rinchiudere migliaia di nobili, in
passato protagonisti di congiure e rivolte antimonarchiche, in una
prigione dorata. In questo brano gli storici francesi Georges
Duby e Robert Mandrou analizzano l'animato microcosmo di
Versailles, nel quale i diecimila abitanti del castello (servi,
nobili e borghesi) si muovevano quotidianamente per assecondare i
desideri e gli ordini del Re Sole, partecipando a umilianti e
minuziosi rituali e sperando nell'assegnazione di cariche e
prebende.


Scenario magnifico con la sua galleria lunga 70 metri, i laghetti
e i giochi d'acqua, cornice sognata dal re che vuole incutere
rispetto a Pietro il Grande e al grande Turco [nome con cui si
indicava in Occidente l'imperatore turco], Versailles  per
qualcosa di pi. Lontana da Parigi, dai suoi frondisti
[protagonisti dell'insurrezione antimonarchica della Fronda] e
dalla sua plebaglia,  anche una societ ben ordinata dove Colbert
[il primo ministro di Luigi quattordicesimo], quel marrano che
s' assunto l'onere di revisionare e controllare i titoli
nobiliari, ha messo ciascuno al suo posto: da una parte principi
del sangue, nobili ben titolati, ammessi alle cerimonie quotidiane
e presentati al re, secondo la formula; dall'altra, nelle ali
riservate ai ministri, togati, segretari, e innumerevoli persone
addette al servizio del palazzo e della nuova citt.
Le ali del castello, rivolte verso la citt, sono occupate da una
numerosa schiera di scrivani, consiglieri, cancellieri, segretari
regi, miscuglio di borghesi e di togati: sono i rappresentanti del
potere politico, dello stato; formidabili nel loro campo,
consapevoli di avere in mano l'apparato governativo e di
assicurare la vita amministrativa del regno; non arroganti o
ambiziosi (come  facile che siano nobili e importanti esponenti
della Chiesa, cosa che Luigi quattordicesimo non avrebbe potuto
tollerare), ma lavoratori, devoti al re e a lui solo, temuti dai
cortigiani [...], impegnati accanitamente al rafforzamento
dell'autorit monarchica di cui sono i migliori servitori; per il
resto, testimoni lontani e discreti della vita di corte
propriamente detta; il re ricompensa il loro zelo con cariche,
titoli di nobilt, distribuiti ora con parsimonia e considerati
come il pi grande onore.
Ancora un altro mondo: quello dei circa diecimila domestici
addetti al servizio del castello, ai quali vanno aggiunti quelli
dei nobili, che poco alla volta durante il regno, si stabiliscono
nella nuova citt, cocchieri, servi in livrea, sguatteri e
servette, giardinieri e maggiordomi; tutto un modesto personale
che assicura il necessario collegamento con Parigi ancora pi dei
segretari ministeriali; la capitale fornisce mobili, vestiti,
tessuti, perch Versailles non ha, e non ha mai avuto, le
industrie necessarie all'impianto e al mantenimento del palazzo e
dei suoi abitanti: cos, viene a crearsi un traffico a senso
unico, per il tramite di quelle persone di servizio che conoscono
tutto della vita di corte, propalano fatti e gesti, fanno arrivare
nella citt, capitale spodestata, le notizie di ogni genere...
Cosa che Luigi quattordicesimo non ignora affatto, tanto che un
giorno rimprovera a Filippo quinto [suo nipote e primo re di
Spagna della dinastia dei Borbone] la sua pigrizia, dicendo:
.
Non pensate che la gente la ignori;  pi informata di chiunque
altro, e se vi fate compilare le vostre lettere lo si viene a
sapere prima che lo sappia io.

E per questo, tra il re e la pubblica opinione non vi sono
barriere: quel che Luigi quattordicesimo preferirebbe nascondere
[...], la citt lo viene a sapere e subito, senza bisogno della
Gazette d'Amsterdam, quell'implacabile giornale puritano, e
repubblicano, che accoglie tutti i peggiori pettegolezzi di
Versailles; ma in senso inverso, dalla citt al re, non c'
comunicazione. Di quel che avviene nel paese, di quel che la gente
pensa di lui, il re non ne sa molto: solo quello che preferiscono
dire i dispacci degli intendenti, zelanti ma solleciti della
propria carriera, o i rapporti da Parigi di La Reynie. Come Vauban
e Saint-Simon hanno potuto constatare, almeno per quanto riguarda
la fine del regno, tutto resta occultato da uno schermo, al quale
si aggiunge la vanit del re: la corte  l'albero che nasconde il
bosco.
 Certo, il re conosce le cameriere che, come tutti sanno, saluta
con la massima cortesia; e anche i suoi ministri; i suoi
consiglieri che riceve, ascolta, dirige; ma la sua compagnia
abituale  fatta di quella nobilt presentata, per usare
l'espressione corrente ma inesatta perch non ne indica la
caratteristica essenziale: sarebbe meglio dire, con parola pi
pregnante, mantenuta. In un certo senso, Luigi quattordicesimo
ha ammirato l'etichetta spagnola, i suoi omaggi di una esagerata
deferenza, e ha voluto circondarsi di qualche migliaio di nobili
che costituiscono i primi attori e le comparse di una perpetua
cerimonia, regolata come il balletto o la commedia di un enorme
spettacolo. Il re, al centro della corte, si gode la scena dei pi
grandi nomi di Francia che pendono da un suo minimo gesto,
dall'ultimo dei suoi desideri. Quella nobilt che sino agli anni
intorno al 1650 era turbolenta, rumorosa e pericolosa per
l'autorit regia, eccola nel 1680 addomesticata e disposta in fila
o a piccoli gruppi, a seconda delle cerimonie, tutta occupata
intorno al monarca e ai suoi atti per l'intera giornata. Un secolo
prima, le teste pi calde prendevano le armi e portavano al re
guerre a non finire; alla fine del diciassettesimo secolo, il pi
esaltato dei grandi prende la penna e in quaranta tomi sfoga il
suo rancore. Che magnifico successo per il re essere riuscito ad
attirarsi intorno quelle quattro o cinquemila comparse; egli ha
bisogno di loro ed esse di lui: feste ininterrotte e certamente
piacevoli, per almeno vent'anni; cerimonie quotidiane dal mattino
sino all'ora di ricevimento degli ambasciatori e di presentazione
dei principi stranieri, che deliziano ospiti e invitati. Ma i
nobili, adescati in quel modo, hanno trovato presso il re quello
che loro, da qualche decina d'anni, non hanno pi: la ricchezza
degli stipendi, delle cariche che ricevono come un ordine, dei
benefici ecclesiastici avuti in commenda, le doti per le figlie e
le patenti di ufficiali per i figli. Quando Enrico quarto volle
sbarazzarsi di Mayenne e compagni, li copr d'oro e li risped
nelle loro terre: di conseguenza, dal 1610, se non prima, i
complotti ripresero. Luigi quattordicesimo riceve il ribelle
Cond, ma se lo insedia accanto... l'acquisto  evidente. Ma anche
per i nobili; quanti, senza la generosit del re, avrebbero potuto
permettersi il tenore di vita richiesto da Versailles: un palazzo
sul posto perch Parigi  troppo lontana per andare al castello
anche una sola volta al giorno; una carrozza, una scuderia e i
domestici adeguati alla casa e al cocchio; il guardaroba secondo
la moda del giorno, i capricci delle amanti, i soliti balli,
tutti i nastrini, le trine, cose che costano enormemente.
Esclusi i principi del sangue, che poi sono alloggiati al
castello, escluse le pi grandi famiglie come i Cond, pochi
nobili possono sostenere con i loro soli averi quel tenore di
vita: vi provvede dunque il re, a condizione che si stia l, che
ci si faccia vedere; le cariche di corte che si moltiplicano,
ciambellani e coppieri, vanno ai pi assidui, come pure i migliori
posti nell'esercito, e via di seguito; il monarca dispensa con
generosit, forse con una punta di disprezzo (Mme de Sevign, che
l'ha notato, dice: Quello che ci getta).
Ecco l'alta nobilt mantenuta dal re perch non faccia nulla e
soprattutto non cospiri, asservita alla persona del re, chiusa in
una gabbia, dorata, ma chiusa: qualche migliaio di cortigiani per
i quali Versailles  tutto il mondo, abili nella sola arte di
farsi vedere, di ottenere un favore, di avere la fortuna di
offrire al re la sua camicia o il bicchiere del vino; con la sola
ambizione di far parte degli intimi, dei due o trecento che
assistono alla grande toeletta del mattino, dei cinquanta presenti
alla piccola toeletta della notte. Vita di interminabili
presentazioni, giochi di societ e lunghe pause in contemplazione
del re che mangia per ore, vita di abili intrighi dove i sorrisi e
le cortesie sono la scuola della diplomazia. Impennacchiati e in
abiti di gala sin dal mattino, inondati di profumo sul loro
sudiciume (perch l'etichetta di palazzo riserva pochissimo tempo
alle abluzioni) i nobili di corte vivono della sola presenza del
re. Basta guardare quei piccoli marchesi di Molire, crudele e
mirabile ritrattista del suo tempo: Quanto a me, purch possa
assistere alla piccola buona notte [dal secondo atto del
Misantropo]. Vita umiliante, ai nostri occhi: la nobilt,
dimenticando l'onore e la gloria dei combattimenti, e quell'ideale
militare nel Medioevo, che le ha procurato il suo posto
privilegiato al vertice della societ, finisce col riporre la sua
ambizione nel quotidiano servizio di corte, negli intrighi e nelle
distrazioni mondane, o almeno si pu dire che, ostile da sempre al
lavoro, manuale o no, preoccupata di non venir meno al proprio
rango, accetta di vivere in funzione delle feste e dei piaceri di
una prigione dorata.
